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A proposito di netiquette, e delle "sindromi" in cui si può cadere nell’uso della e-mail, è illuminante e tuttora di attualità ciò che scriveva Umberto Eco nella sua "Bustina di Minerva" su L’Espresso del 22 marzo 1996.

... parlando faccia a faccia si fa capire con gli occhi se si sta parlando per gioco, e di solito si scrivono lettere a persone che si conoscono bene; la l’e-mail ci pone in contatto con sconosciuti, talora appartenenti a culture di cui non conosciamo il senso dell’umorismo, ed è bene andar cauti.

La distanza e la rapidità pongono altri problemi psicologici. Per esempio: si è portati a essere invadenti, a sollecitare dieci volte la risposta, mentre con una lettera si sarebbe stati tranquilli ad attendere. Tra gli inconvenienti della rapidità, eccone uno che illustrerò con un caso recente, e vero. Un tale (lo chiameremo Pasquale)... viene inviato all’estero per una missione di fiducia, e si tiene in contatto con i colleghi via e-mail (ha appena imparato a usarla). Un amico gli comunica (via e-mail) che gli è stato fatto un torto...

Quando ci arrabbiamo per una presunta ingiustizia, nel momento dell’ira siamo disposti a dire che chi ci ha fatto il torto è un imbecille, che "quelli" non ci hanno mai capito, che ci hanno fatto passare davanti dei leccapiedi, e ci viene voglia di mandare tutti al diavolo. Poi di solito si lascia sbollire l’ira, si chiede un colloquio... si domandano spiegazioni. Se si è lontani si scrive una lettera, la si rilegge prima di spedirla, la si corregge per rendere il tono più efficace.

Invece Pasquale ha ricevuto la notizia e immediatamente (e-mail è così comodo) ha scritto al responsabile del presunto torto trattandolo da mascalzone, facendo insinuazioni sulla sua correttezza professionale, accusandolo di aver concesso favori aziendali in cambio di prestazioni sessuali da dipendenti di ambo i sessi, e quando quello ha risposto irritato (via e-mail) chiedendogli se era matto, Pasquale ha rincarato la dose... E siccome un messaggio e-mail può essere inviato contemporaneamente a più persone, Pasquale ne ha inviato copia al capo dell’azienda...

Ovviamente la vicenda di Pasquale si conclude non solo con una violenta flame, ma con gravi conseguenze per la sua vita professionale. Un buon esempio di quanto possano essere pericolose le violazioni della netiquette, e di quanto sia importante scrivere offline e rileggere prima di spedire. Umberto Eco attribuisce questo tragicomico episodio a una persona che "ha appena imparato a usare l’e-mail"; ma la verità è che errori del genere vengono commessi abbastanza spesso anche da persone che hanno, o credono di avere, molta esperienza nella rete.

Il "tu telematico"

Un problema di netiquette che non esiste in inglese è l’uso del tu.

Sembra che non ci sia, in Italia, una "prassi" del tutto "consolidata".

La tendenza prevalente è l’uso del tu in tutti i messaggi in rete, cui non sempre segue automaticamente la stessa forma amichevole quando ci si incontra di persona. La maggior parte delle persone tende a trasferire il tu anche nell’incontro "fisico" o telefonico; alcuni invece, specialmente se lo scambio è professionale e non personale, quando passano al colloquio "a voce" usano il lei.

Ci sono, specialmente fra i "nuovi arrivati", persone che usano il lei anche in rete. Si può immaginare che l’uso del tu sia più frequente fra i giovani, ma non è sempre così. Più che dall’età dipende dalle abitudini personali e dal tipo di relazione.

In sostanza, l’uso prevalente rimane il tu ma ogni persona è libera di scegliere il modo che preferisce; e anche in questo è bene non "imporre" il proprio stile ma tener conto del comportamento delle altre persone.

Il problema delle lettere "accentate"

La rete è stata concepita per comunicare in inglese: una lingua in cui non si usano gli accenti. Il risultato è che i testi su Internet si possono trasmettere solo con la gamma "ristretta" dei caratteri ASCII, che comprende tutte le lettere dell’alfabeto, tutti i numeri e i normali segni di punteggiatura, più alcuni simboli come @ $ % & * eccetera; ma non le lettere con l’accento.

Questo significa che parole come perché o però o così possono arrivare deformate non solo se si scrive a un indirizzo fuori dall’Italia, ma anche nella corrispondenza fra italiani. Anche se il singolo sistema accetta le lettere accentate, queste cambiano se passano sulla rete e arrivano a un altro sistema; così come cambiano se si converte un testo da un editor a un altro, o da un word processor a semplice testo (questo problema non si nota nel caso delle pagine Web, perché il linguaggio HTML permette l’uso di tutti i caratteri ASCII "estesi", comprese le lettere accentate; ma quando un testo si trasferisce da HTML a un altro codice di scrittura il problema si ripropone).

Ci sono programmi, di sviluppo recente, che permettono di trasmettere le accentate nei messaggi in rete: come MIME Quoted-Printable e Base64. Molti OLR li usano automaticamente.

Ma la soluzione migliore è una, e molto semplice. Per nostra fortuna l’italiano (a differenza altre lingue, come il francese o lo spagnolo) pone gli accenti sempre alla fine della parola. Per evitare problemi nella comunicazione in rete basta prendere l’abitudine di usare l’apostrofo al posto delle lettere accentate: cioè scrivere perche’ o percio’ o cosi’.

Sigle di uso comune

Nella corrispondenza in rete (sia personale, sia in aree di discussione) ricorrono abbastanza spesso sigle, tutte derivate dall’inglese, che può essere utile conoscere, perché sono usate abitualmente anche da chi scrive in italiano. Alcune sono espressioni della normale corrispondenza inglese, altre sono proprie della rete.

Nella telematica, come nell’informatica, è molto diffuso l’uso di sigle o di "acronimi"; in modo così esagerato da indurre spesso all’ironia. Per esempio la sigla PCMCIA (che in realtà significa Personal Computer Memory Card International Association) è scherzosamente interpretata come People Can’t Memorize Computer Industry Acronyms: "la gente non riesce a ricordare le sigle usate nel mondo dei computer".

Alcune delle sigle contengono parole "volgari", che talvolta, con un certo pudore, gli americani abbreviano o interpretano in modo diverso.

AKA Also Known As – lo pseudonimo o "nomignolo" di una persona (o il nome "vero" di qualcuno di cui si conosce l’alias) o anche semplicemente un modo diverso di dire la stessa cosa.

ASAP As Soon As Possible – "il più presto possibile"

BTW By The Way – "a proposito", o "fra parentesi".

FWIW For What It’s Worth – "per quello che vale".

FYA For Your Amusement – "per divertimento".

FYI For Your Information – "per informazione".

IMHO In My Humble Opinion – "secondo me" (letteralmente "secondo la mia umile opinione", ma spesso "umile" è inteso in senso ironico). Ci sono varianti, di uso meno frequente, come IMO (In My Opinion), IMCO (In My Considered Opinion) e anche IMNSHO (In My Not So Humble Opinion).

IOW In Other Words – "in altre parole".

OTOH On The Other Hand – "d’altra parte".

PITA Pain In The Ass – persona noiosa, rompiscatole (per pudore alcuni, nell’interpretare questa sigla, scrivono A**)

 

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